La Basilica di S. Maria degli Angeli (PG)

A Santa Maria degli Angeli, sulla parete destra esterna della splendida chiesetta della Porziuncola, sita all’interno della Basilica, al di sopra della tomba di Pietro Cattani, secondo compagno di S. Francesco, si leggono ancora chiaramente vari graffiti, incisi su un affresco della seconda metà 1400, “Madonna tra i santi Antonio e Bernardino” attribuito a un pittore di Camerino incerto tra Giovanni Angelo di Antonio e Giovanni Boccati.

Chiesa della Porziuncola in Santa Maria degli Angeli – Affresco “Madonna tra i santi Antonio e Bernardino”

I più evidenti, anche perché incisi in parte su sfondo scuro, sono delle firme che si trovano a sinistra rispetto alla figura di San Bernardino; la prima di esse indica una data ed un nome accompagnato da uno stemma della casata di appartenza come era usanza dell’epoca:

et consorta / 1538 / Sebastian / de Febvre

Porziuncola di Santa Maria degli Angeli – Graffiti di stemmi nobiliari su parete esterna

 

Il termine “consorta”, probabilmente, non sta ad indicare “coniuge” ma  “famiglia”: al nome di Sebastian de Febvre infatti seguono altri due stemmi più in basso identici al primo, ma con incisi altri nomi e date successive, probabilmente visite di consanguinei appartenenti alla stessa casata:

A sinistra del primo stemma:

Delius 1545
Delius 1555
Delius 1571

 Intorno al secondo stemma sottostante:

Die 29 Novembris / Livius Sebastienis 1555

 A sinistra del terzo stemma danneggiato sottostante:

1585  Camillvs / … Dominicus / Livius

Lo stemma è piuttosto noto nell’araldica internazionale. I Febure erano una famiglia nobile francese di cui si hanno le prime tracce nel XV secolo, grazie al cavaliere Olivier, che fu al servizio del duca Giovanni VI di Bretagna nel 1426[1]. Nel tempo, nella successione degli eventi storici di piccola o grande risonanza, il ceppo originale diede origine a molte discendenze che prosperarono in diverse regioni francesi.[2].

Lo stemma della casata dei Febure

Sembra proprio che un’intera generazione dei Febure, abbia deciso di deturpare lo stesso specifico affresco per lasciare una traccia del passaggio alla Porziuncola: è un fatto piuttosto singolare anche considerato che i graffiti in questione si trovano oggi ad una altezza che renderebbe necessario l’utilizzo di qualche scala o supporto, ma va aggiunto che l’affresco faceva parte della decorazione di cappelle private addossate un tempo alla Porziuncola, prima che venissero abbattute per la costruzione della Basilica; tali cappelle forse erano protette da edicole per consentire di celebrare l’ufficio sacro al riparo dalle intemperie[3]. Un tempo forse quell’altezza era più facilmente raggiungibile; sicuramente gli ultimi graffiti sull’affresco della chiesetta della Porziuncola, datati 1585, vennero incisi a lavori di costruzione della Basilica già principiati.

Sempre allo stesso livello, ma questa volta a sinistra rispetto a Bernardino troviamo altre firme datate 1571, forse riconducibili alle altre, ma prive di stemma:

Delius et
D. Camilla
Lucantvs
D. Fosima
et Hieronim
Tiberius

 Un altro graffito molto particolare presente sull’affresco fu segnalato per la prima volta da Giustino Cristofani nel 1912 [4]; il testo di notevoli dimensioni e ben visibile ad occhio nudo si trova nell’angolo in basso a destra dell’immagine sacra di Bernardino:

1534

Hic fuit pelegr(inus)
pitore et la sua dona
de Udine d(e) Friulle

pp

 Il misterioso artista fu identificato da Cristofani come Martino da Udine, detto il Pellegrino di San Daniele (Giorgio Vasari), che sarebbe venuto ad Assisi durante un pellegrinaggio nel 1534 insieme alla moglie Elena[5]. La sigla con due «P» intrecciate, già adottata in altri manufatti e da alcuni sciolta in «pro pietate» come attestato di devozione, ha aperto un dibattito attributivo intorno alla paternità di altre  incisioni marcate con identico monogramma[6].

Da segnalare infine ancora tre iscrizioni sull’affresco, visibili solamente con luce radente; una a sinistra della Madonna col Bambino datata “17 de Marzo 1585”: “Fu in questo pulpito Curzio di Salvatore”; un’altra a questa sottostante con scritto solamente “Agnilo di Bastiano”; infine l’ultima alla destra di S. Antonio, parzialmente deteriorata: “A(nno). D(omin)i. ..66.. predicavit hic fr. Placidus ..ina

Mentre nella cappella del transito non si segnalano testimonianze, di una grandissima quantità di firme, monogrammi e simboli più disparati è piena la cappella delle rose, proprio a fianco all’antico roseto senza spine[7]: era il luogo dove si narra che il Santo riposasse o sostasse notti intere in preghiera. La cappella è completamente affrescata; il ciclo di pitture è firmato sopra l’ingresso “TIBERIUS DE ASISIO”, conosciuto come Tiberio di Assisi, fu realizzato nel 1516 e dedicato alla storia dell’indulgenza del Perdono: S. Francesco e i primi Compagni, Santi e Sante francescane (1506), Miracolo delle rose e Concessione e Proclamazione dell’Indulgenza (1516-18)[8].

Nel tempo, forse anche spinti dalla posizione un po’ distaccata della cappella rispetto alla porziuncola,  i pellegrini hanno talmente riempito di firme, simboli e monogrammi le zone dipinte, con incisioni a volte anche molto profonde, che è stato deciso di apporre un vetro di protezione sopra gli affreschi.  Si segnalano infine graffiti più recenti ancora in buono stato di conservazione come quelli a scopo devozionle visibili appena superato l’ingresso risalenti al XVIII sec.:.155

Io Pietro Verrulo ho visitato questo santo loco nel Anno 1720

Io Francesco Gonia ho visitato questo santo loco

 Interessanti anche le iscrizioni presenti in una delle cappella laterali della navata destra della Basilica, quella dedicata alla Madonna della Natività, dove i fedeli scelsero, durante tutto il 1700 e oltre, la balza di una balaustra in marmo rosso come luogo per rilasciare le loro testimonianze. Tra il groviglio di firme presenti da annotare quella incorniciata di un certo abate Domenico Desalvio da Foggia che incide con meticolosa precisione il 28 Luglio 1703:

Abbas  Dominicus Desalvio Ci-
vitatis Fogie Fuit in Hac Sacro
Sala Basilica Die XXVIII Men-
sis Iuly *A.D. MDCCIII*

 Interessante anche la testimonianza devozionale “ricorrente” di un canonico, Antonio Frata che ci graffì “prima volta in Assisi io fui” con la data del 1711. Evidentemente tornò a più riprese, perché poi aggiunse altre due date al di sotto di questa e cioè 1718 e 1719.  Un anno dopo, un nuovo pellegrinaggio ed una nuova data questa volta più grande e precisa:  1720 6 Luglio, alla quale seguono più in basso 1721 e 1722.  Il canonico deve poi spostarsi sulla destra per incidere nuove date dal 1723 fino al 1731, anno della sua undicesima visita[9].

Il graffito di Antonio Frata

 

NOTE E BIBLIOGRAFIA

[1] Cfr. R. Blanchard, Lettres et mandements de Jean V, duc de Bretagne, Nantes, Société des bibliophiles bretons, 5 vol., 1889-1895.
[2] Sulla casata dei Febure: famiglia di nobili o notevoli origini, citata da fonti bibliografiche tradizionali che testimoniano come la famiglia abbia lasciato le sue tracce nel tempo. Sebbene le informazioni non siano certe sulla data d’origine e sulla posizione sul territorio, è certamente possibile ottenere la conferma della nobiltà acquisita leggendo lo stemma. È certo che a volte, in successione dei fatti storici di piccola o larga scala, la varietà originaria potrebbe dare origine a molti rami che possono prosperare in diverse regioni francesi. Allo stesso nome, attribuiamo un segno distintivo di nobiltà rappresentato dallo stemma riprodotto di seguito, che conferma anche, attraverso i suoi emblemi, dal punto di vista storico ed araldico, la garanzia di un valore storico di patrimonio, nobiltà e valore. Tra i membri più famosi ci sono: Olivier, nobilitato per i servizi militari dal duca Jean V, nel 1426; Guillaume, suo figlio, vivente nel 1448, sposo di Jeanne de Lezonnet.  Descrizione dello stemma: “di rosso allo scaglione d’argento caricato di 5 moscature di nero e accompagnato da tre crescenti d’argento.” Si ringrazia per i dati l’Istituto Araldico di Roma.
[3] E. Lunghi, Le chiese francescane di Assisi in Assisi Anno 1300, op. cit. p. 333.
[4] G. Cristofani, Una data sicura nella vita di Pellegrino da San Daniele, Roma, tip. Unione editrice, 1912. Per approfondimenti si legga anche G. Batini, L’Italia sui Muri, op. cit, p.155.
[5] E. Lunghi, Oltre l’Appennino – Tutte le strade conducono ad Assisi, in Da Giotto a Gentile pittura e scultura a Fabriano fra Due e Trecento, a cura di V. Sgarbi – G. Donnini – S. Papetti, Fabriano, Editrice Mandragola, Firenze, 2014, p. 51.
[6] Cfr. G. Tagliaferro, Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele in Dizionario Biografico degli Italiani  – Volume 71, 2008. La sigla con due “P”,  fu adottata anche nella pala dell’Annunciazione dei Calzolai del 1519. Pur restando ancora aperta la questione intorno all’identità del monogrammista, l’inerenza con la produzione di M. sembra essere ormai accettata sulla base di convincenti confronti tipologici e iconografici anche da chi inizialmente la rigettava. Per approfondimenti si legga A. Tempestini, Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, Udine, 1979 (con bibl.).
[7] È tradizione che, in una notte d’inverno, S. Francesco, mentre stava pregando nella sua cella, fu tentato di abbandonare la vita di penitenza e di preghiera. Per vincere la difficile prova, il Santo, spogliatosi, si gettò in uno roveto che era presso la cella. Al suo contatto le spine scomparvero e fiorì un giardino di rose (Rosa Canina Assisiensis) che è tuttora senza spine.
[8] Cfr. E. Lunghi, Immagini di Assisi nell’arte. Vedute della città di San Francesco nella pittura umbra dei secoli XIII-XVIII, S. Maria degli Angeli-Assisi, 1998, pp. 70-78.
[9] Cfr. G. Batini, L’Italia sui Muri, op. cit., p.155

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