Le Scritture Esposte

Lo studio delle cosiddette “scritture esposte”, da una felice definizione di Armando Petrucci, uno dei massimi studiosi italiani di paleografia,  desta un interesse sempre più vivo e crescente in questi ultimi anni.  Una scrittura esposta è un testo ideato e realizzato per essere fruito pubblicamente e in spazi aperti e, dunque, «in posizione propriamente ‘esposta’ agli sguardi dei frequentatori di quegli spazi, al fine di permetterne la lettura a distanza, anche collettiva»[1].

Dalle epigrafi alle iscrizioni pittoriche, dai graffiti alle incisioni lapidarie, l’uomo ha sempre cercato di lasciare traccia di sé soddisfacendo un desiderio sia comunicativo, che, più implicitamente, espressivo.  Testimonianze del passato di carattere spontaneo, sopravvivono oggi lasciando informazioni preziose; non a caso in Italia restano esempi notevoli: pensiamo alle pitture e alle incisioni rupestri, segni lasciati nella roccia di antichissima epoca, scoperte in varie grotte o in pareti di pietra di varie località italiane; alle numerosissime epigrafi greche, etrusche e romane trovate sul nostro territorio, sulle pietre, sulle tavole o lamine metalliche, sui più svariati oggetti di creta, di metallo, di vetro e di avorio, sulle stoffe, sulle gemme, e anche sulle monete; alle preziosissime pitture parietali o incisioni graffite di Pompei,  che rivelano e delineano oggi particolari inediti della vita e della cultura di una civiltà antica e drammaticamente scomparsa.

L’intenzionalità della “pubblicazione” varia in funzione di autori e committenti, modalità e destinatari dell’atto comunicativo: il graffito, inciso frettolosamente da un anonimo scrivente, è diverso dall’epigrafe formale, concepita per informare (o educare), dettata ed esposta secondo le direttive di un committente istituzionale, sovente l’autorità politica o religiosa.   Se le scritte murali a pennello sono volte a rendere pubblica e nota l’informazione, i graffiti veri e propri sono fortemente individuali, riverberano la volontà di esibizione, il bisogno di comunicazione istaurando così un dialogo ambiguo tra chi scrive e chi legge o si desidera che legga.   

Non è un caso quindi che lo studio delle scritture esposte abbia assunto col tempo un’importanza sempre maggiore vista anche la loro rilevanza come fonti storiche.  Si pensi al contributo, fondamentale per la storia della nostra lingua, dato dalla scoperta dell’iscrizione incisa a sgraffio della catacomba di Commodilla a Roma, datata tra l’VIII e il IX secolo d.C., edita criticamente e commentata da Francesco Sabatini nel 1966, oggi considerata una delle prime testimonianze del volgare italiano.

L’iscrizione si può trascrivere così: “non dicere ille secrita a bboce”, cioè “non recitare ad alta voce le (orazioni) secrete”; probabilmente chi scrisse la frase, un religioso, magari un prete che celebrava un rito sacro nella catacomba, intendeva ricordare in modo incontrovertibile ai correligionari di recitare a voce bassa il canone della messa.

I Graffiti Medievali

Di tutte le scritture esposte citate, quella che sicuramente ad oggi è stata la più trascurata da epigrafisti, paleografi, storici e ricercatori è sicuramente il graffito. Il termine graffiti si riferisce tanto a immagini quanto a parole, dato che fa riferimento piuttosto alla tecnica a sgraffio che sta alla base della realizzazione del risultato (si ‘sgraffia’ la parete o la pietra con uno strumento appuntito). Del resto, fin dall’antichità sono documentati graffiti ibridi, con sigle o parole a didascalia di un’immagine.

Definire oggi questa particolare categoria di iscrizioni non è facile come sembra, soprattutto perché a partire dagli anni sessanta del novecento questa tecnica è stata associata sempre più spesso alla pratica del graffitismo, cioè la pittura di pareti murarie eseguita in spazi pubblici con vernici, pennarelli e, soprattutto, aereosol di bombolette spray.  Questa tipologia di scritte niente ha a che vedere con i veri e propri graffiti tecnicamente intesi.

Nella definizione che ci lascia Armando Petrucci i graffiti vengono definiti come “disegni simbolici o testimonianze scritte, in genere brevi o ridotte soltanto a un nome, eseguiti su superfici dure (intonaco, pietra, terrecotte, metalli) con strumenti di metallo o di osso appuntiti (stili e oggetti analoghi) e con la tecnica dello sgraffio”. Il noto paleografo quindi sembra puntare l’attenzione sulla limitatezza del testo e sulla particolare tipologia di superfici e tecniche utilizzate per la loro esecuzione.

Dobbiamo scorrere indietro di qualche decennio per trovare una descrizione ancora più compiuta ed esaustiva dataci da Henri Leclerq che aggiunge  “iscrizioni tracciate occasionalmente per mezzo di uno strumento di fortuna da non professionisti”.    Qui, rispetto all’enunciazione precedente vengono introdotti due elementi connotativi nuovi: quello dell’inesperienza dell’esecutore materiale, che non possiede quindi una competenza e una formazione a livello professionale all’atto dell’esecuzione e l’altro, ancora più determinante, dell’occasionalità e, aggiungerei, estemporaneità della messa in opera (aspetto che, come vedremo, non vale nella totalità dei casi).   

Di certo vi è un rapporto particolare dei graffiti con il supporto e il materiale su cui sono incisi e dal quale non possono essere disgiunti, non solo per la datazione (posteriore) ma anche perché a seconda della tipologia, della dimensione e dello stato della superficie varia anche la tecnica, il risultato e la durata (ovvero la sopravvivenza) dell’incisione.

Le oggettive difficoltà imposte dall’approccio del loro studio, come l’ubicazione, spesso in luoghi disagevoli o la limitata leggibilità dovuta ai deterioramenti spiega in parte il motivo per cui lo studio analitico di queste particolari scritture esposte sia stato a lungo trascurato dalla storiografia. Lo dimostrava, fino a pochi decenni fa, la mancanza di una bibliografia specifica, sempre più ridotta a mano a mano che dall’età classica e tardo antica si passa all’alto e poi al basso medioevo; circostanza che spinse Petrucci ad affermare che “un’epigrafia medievale praticamente ancora non esiste”.

Negli ultimi trent’anni, grazie anche al supporto di tecnologie impensabili rispetto a poco tempo fa per cui l’analisi delle superfici è diventata più agevole (si pensi all’utilizzo del digitale in fotografia, alla scansione ultravioletta con la lampada di Wood o alla termografia in infrarosso), si fa sempre più vivo l’interesse per queste forme di iscrizioni. Un numero crescente di ricercatori e paleografi, ha dedicato e dedica parte dei propri studi all’analisi e all’interpretazione di graffiti presenti in vari siti pubblici e privati.

Come afferma Petrucci, dal VI-VII secolo in poi, in seguito alla caduta dell’impero Romano d’Occidente, la scrittura a sgraffio spontanea si riduce enormemente in tutto il mondo europeo e mediterraneo in concomitanza con una netto calo dell’alfabetismo. “Le funzioni della scrittura a sgraffio si riducono grandemente, limitandosi a soddisfare esigenze di registrazione prevalentemente (se non esclusivamente) di nomi personali in situazioni e in contesti di natura religiosa e funebre”; per gli ecclesiastici è specificato anche il titolo religioso, mentre per i laici è solitamente indicato solo il nome proprio.

È da questo momento che permarrà fino ai nostri giorni la connotazione negativa che assume questa particolare tipologia di iscrizione, eseguita spesso (ma non sempre) illecitamente e in clandestinità su monumenti o sui muri di edifici storici, civili e religiosi. Va considerato che il graffito per sua stessa natura richiede una capacità di sintesi non solo contenutistica ma formale in quanto l’azione di incidere supporti duri, tende a limitare il numero dei tratti e a semplificarli; non solo, quindi, la semplice apposizione del nome diventa la più diffusa testimonianza del passaggio, ma vengono utilizzati anche codici differenti dall’alfabetico che vanno dal figurativo al geometrico (si pensi all’incisione del solo signum crucis). In netto calo anche la presenza di graffiti funerari (che indicano il luogo di sepoltura) così comuni nell’età tardo-antica (catacombe). 

Se nell’alto medioevo si nota una diminuzione drastica della presenza e della varietà di graffiti ridotti a pochi segni grafici, a partire dal tardo medioevo, soprattutto dal XIII secolo si ha una decisa ricomparsa con un incremento esponenziale delle quantità e lunghezza delle testimonianze, specchio questo di una generale rinascita culturale di una nuova civiltà maggiormente alfabetizzata. Già dal XI secolo, all’incisione di soli nomi tendono ad aggiungersi formule precise, tra le quali spicca sicuramente il rafforzativo HIC FUIT”, (letteralmente qui fu /qui passò) con una deissi che sottolinea il passaggio dell’autore in maniera ancora più marcata. Mano a mano cambiano i luoghi e cambiano anche le forme e le caratteristiche delle incisioni, sempre più articolate.  Si graffisce ovunque, all’interno come all’esterno di edifici laici e religiosi, sulle porte, sulle colonne, sulle pareti intonacate e affrescate; soprattutto all’ingresso delle chiese, nei luoghi di massima esposizione al pubblico. La scelta di lasciare un segno sugli affreschi è precisa e voluta: le tracce oltre ad essere maggiormente visibili sono più difficilmente removibili, sopravvivendo così a ritocchi e restauri successivi.

All’usanza altomedievale di privilegiare le pareti interne di chiese e basiliche con semplici lettere, sigle e firme, si inserisce ora la possibilità di comporre anche piccole frasi dai più disparati sensi e significati uscendo dagli spazi chiusi e strettamente ecclesiastici. Oltre alle ricorrenti formule di “HIC FUIT”, infatti, si trovano testi, frammentari, ma che dimostrano un’articolazione del contenuto in una o più righe. La difficoltà di incidere l’intonaco spesso spingeva, anche persone capaci nello scrivere, ad esprimere un concetto mediante una forma più sintetica e semplice da incidere, quale il disegno. Non solo i graffiti testuali diventano più spontanei ed elaborati, ma anche quelli figurativi, così da semplici croci e simboli si passa a stemmi araldici, ritratti, riproduzioni di tessere mercantili, marchi esoterici e altre figure di ogni varia natura. Un tentativo di classificazione delle iscrizioni dall’alto medioevo all’età moderna è arduo, ma non impossibile; ovviamente più si avanza nei secoli e più il ventaglio della tipologia d’incisioni diventa ampio e variegato:

Tipologie di graffiti in relazione all’epoca

 

Riprendendo ancora un’attenta analisi del Petrucci, dal punto di vista funzionale, i graffiti dell’alto medioevo possono essere raggruppati in quattro categorie:

  • Graffiti cultuali e devozionali, cioè di pellegrini o di visitatori occasionali di luoghi di culto che vi lasciavano (secondo un uso largamente presente in età paleocristiana) il loro nome o quello di parenti e amici, o anche generiche e brevi espressioni di venerazione, iscritti il più possibile vicino alla tomba o al luogo di apparizione del santo commemorato;
  • Graffiti necrologici, consistenti in elenchi di nomi di benefattori o di membri del clero defunti da commemorare a date fisse;
  • Graffiti funerari, consistenti nel nome del defunto tracciato per indicare il luogo di sepoltura;
  • Graffiti liturgici, consistenti in annotazioni o in avvertimenti relativi allo svolgimento delle funzioni religiose.

 

Molti di questi tratti (quelli meno figurativi, per usare una categoria di facile comprensione) condividono un aspetto enigmatico e ripetitivo, che individua dal punto di vista semiotico una funzione segnica di tipo indicale in qualche modo analoga alla firma. È difficile insomma indicarne un contenuto distinto dalla semplice evidenza dell’apposizione di un segno posto in una certa collocazione come una sorta di “marcamento del territorio”.

Va specificato che la prima categoria dei graffiti cultuali è largamente la più diffusa in questa epoca ed è legata profondamente alle pratiche di pellegrinaggio che sono sia votivo-devozionali, che più meramente penitenziali: il culto delle reliquie è importantissimo, la visita ai santuari è un cammino per espiare i propri peccati e per elevarsi spiritualmente. Il raggiungimento della meta finale completa il percorso ascetico, così il pellegrino finalmente si purifica, dopo aver affrontato le numerose difficoltà del viaggio, e, arrivato all’interno del santuario o in prossimità della tomba, decide di lasciare un segno del proprio passaggio; citando il Formentin, “non si preoccupa di essere letto, ma di attestare la propria presenza spesso in forma di vera e propria sottoscrizione [..], il nome non spicca singolarmente, ma fa gruppo con quelli che l’hanno preceduto, inserendosi nei pochi spazi liberi ancora disponibili oppure sovrapponendosi al già scritto in grovigli inestricabili”.

Considerevole poi nell’alto medioevo, la presenza dei graffiti funerari con il solo nome del defunto, che si sostituiscono via via con quelli obituali destinati a tramandare il ricordo della data di morte, indicata con mese e giorno, del nome del defunto e l’indicazione del decesso. L’autore in primo luogo incide per lasciare traccia della persona scomparsa e il messaggio svolge in termini jakobsoniani una funzione informativo/referenziale, ma anche, in secondo luogo, per invogliare le preghiere di chi legge l’iscrizione e quindi il testo ha anche scopo conativo.

Le altre tipologie di iscrizioni sono meno comuni (soprattutto i graffiti liturgici sono piuttosto rari in questo periodo), ma hanno tutte in comune la peculiarità di essere in rapporto simbiotico con il luogo (e il supporto) sul quale vengono incise, al punto che solo l’unione di questi elementi produce il vero senso del messaggio.  I fedeli o i pellegrini in questo caso non ricercano luoghi che abbiano grande visibilità, ma che siano significativi dal punto di vista sacrale o semplicemente funzionali.

Nel tardo medioevo il culto delle reliquie subisce un’esasperazione degli aspetti già visti per il periodo precedente. Le processioni si spettacolarizzano e la devozione diventa più insistente, proprio per ottenere l’intervento e la manifestazione divina. A partire dalla metà dell’XI secolo circa, la consequenzialità azione votiva/assoluzione si consolida anche a livello ufficiale con la nascita delle indulgenze.

Ai monogrammi, alle sigle, ai simboli alfabetici, ai semplici nomi ora si aggiungono formule e piccole frasi, segnale di esigenze espressive più ambiziose. Si incide non solo a carattere performativo per segnalare la propria presenza, ma anche per descrivere fatti e accadimenti e le iscrizioni non sono più esclusività delle chiese, ma compaiono anche in edifici pubblici. 

Ai classici graffiti devozionali, si aggiungono i graffiti di memoria che pur con la stessa funzione di attestare la presenza fisica del committente (anche se non sono necessariamente sempre autografi), contengono testualmente informazioni aggiuntive come la data, il luogo di provenienza e talvolta brevi espressioni di senso compiuto (comunque non superiori ad una riga).

Compaiono poi i primi graffiti commemorativi, incisioni di carattere pratico e d’intenzione cronachistica (sempre più presenti con il passare degli anni, soprattutto dal XIV secolo) che tramandano non solo avvenimenti storici (passaggi dei re, elezioni di vescovi, morti di papi e persone illustri, esecuzioni capitali, pestilenze, guerre, miracoli..) ed eventi naturali (meteorologici, sismici, eclissi) ma anche vicende private o legate più strettamente alla sfera del personale.

Non solo i graffiti testuali diventano più spontanei ed elaborati, ma anche quelli figurativi, così da semplici croci e simboli si passa a stemmi araldici di cavalieri, famiglie e casate, disegni,  ritratti, riproduzioni di tessere mercantili, marchi esoterici; simboli identificativi incapsulati all’interno di spazi stretti a dimostrazione di un rapporto di confidenza sempre maggiore con il mezzo incisore. Queste prime composizioni, identificative di una persona o di un gruppo, sono molto usate in ambito mercantile e permettono al destinatario di individuare il mittente ancora prima di leggere il testo.

L’aspetto autoreferenziale non è però limitato a quei graffiti più elementari che si limitano alla ripetizione del proprio marchio sul territorio; anche quando la comunicazione è più complessa e il testo più articolato, vi prevalgono quelle che possiamo considerare come “funzione fatica” e “funzione espressiva”, la prima riferita alla capacità del messaggio di attirare l’attenzione, la seconda consistente nel dare spazio e peso nella comunicazione a chi la produce, o meglio, nel costruire un simulacro dell’emittente nel testo.

Con l’avvicinarsi dell’età moderna si ha un espandersi esponenziale del numero di incisioni; a partire dall’età umanistica i graffiti tornano a farsi portatori di sentimenti personali. I brevi scritti di pochi tratti e parole, diventano ora testi più lunghi disposti anche su più righe. Frasi ad effetto con funzione espressiva incise da chiunque voglia comunicare emozioni, sensazioni, sentimenti e stati d’animo. Una nuova categoria di iscrizioni amorose, di poesie, di testi a natura sessuale comincia a manifestarsi dalla seconda metà del XV secolo.

Non possiamo tralasciare neanche i graffiti carcerari, diffusissimi sempre in questo periodo: testi incisi da prigionieri atti a dichiarare e sostenere la propria innocenza o, più semplicemente, alla ricerca di qualche forma di conforto. Qui la definizione di incisione a sgraffio come scrittura esposta “occasionale” del Leclerq tende ovviamente a cadere: scontare la pena in una cella dà tempo e modo agli imprigionati di poter incidere pazientemente e in più giorni la propria testimonianza; è un tentativo, spesso eestremo, di non essere dimenticati e procura un tenue sollievo al condannato che, di fronte alla condanna o alla morte, è consapevole almeno di aver lasciato un segno, un’ultima traccia significante della propria esistenza.

 

BIBLIOGRAFIA

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